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Senza pudore e senza vergogna
Ero indeciso se affrontare o meno la questione. Ero indeciso perché, alla fine dei conti, in questi giorni la Rete sta brulicando di messaggi indignati riguardo a quel pasticciaccio brutto delle liste elettorali.
Alla fine ho deciso di dire la mia, non perché penso che la mia opinione possa valere più di mille altre, quanto piuttosto perché credo che valga tanto quanto le altre.
I sentimenti che mi caratterizzano in questo momento sono di incredulo sconcerto. Credevo che esistesse un limite all’indecenza, ma ho dovuto riconsiderare la mia prospettiva sul lecito e sull’illecito, sul fattibile e sull’infattibile, sul decente e l’indecente, sul normale e sull’anormale.
Questo è un paese che sta andando a rotoli, e non per via della crisi economica o perché non siamo competitivi sul piano internazionale (forse sarebbe meglio dire che contiamo meno del due di mazze quando la briscola è a coppe) o per un mercato del lavoro asfittico o per le enormi sacche di povertà che sempre più gente accolgono. Siamo un paese allo sbando perché non abbiamo più il benché minimo senso della misura, non abbiamo rispetto per le regole, non abbiamo rispetto per gli altri, siano essi nostri concittadini o immigrati (e poco importa ad alcuni se si tratta di clandestini o meno). Se penso ai partigiani morti per la difesa della Nazione e delle libertà, all’impegno di esimi personaggi che hanno dato vita alla nostra Carta costituzionale (una delle più moderne e meglio scritte del mondo) e alla maniera becera con la quale loschi personaggi stanno calpestando quelle vite e quel lavoro e tutti noi, non posso che avere un conato di vomito e provare una profonda vergogna nei confronti di questi soggetti che si fregiano del titolo di Onorevole, benché le loro becere azioni di Onorevole non abbiano proprio nulla.
Dove sta l’onore se sistematicamente si modificano le regole per venire incontro a esigenze contingenti? dove sta l’onore se si calpestano i deboli e si aprono le porte ai potenti? dove sta l’onore quando ogni regola viene elusa facendo appello alla legge del più forte? dove sta l’onore quando l’uguaglianza viene data alle fiamme e si cede il passo al clientelismo più sfrenato? dove sta l’onore, mi chiedo, quando si antepone l’interesse personale davanti alle esigenze di un intero Paese? dove sta l’onore se non c’è vergogna per i propri misfatti?
Io sono stato escluso da un concorso perché avevo omesso di apporre una firma a un curriculum. A nulla è valso il ricorso, nessun decreto, nessuna legge approvata nel giro di una notte, nessun aiuto, niente di niente se non un pugno di mosche. Le liste del PDL dovevano essere escluse dalle elezioni perché gli individui che dovevano consegnare le firme raccolte sono stati degli INETTI. Doveva essere escluso perché a nessun cittadino è concessa una deroga se consegna in ritardo una domanda per la partecipazione a un concorso, a nessuno viene concesso una deroga se scade la rata del mutuo o se ritarda a pagare le tasse o se arriva al seggio elettorale dopo la chiusura delle urne perché quel giorno ha deciso di andare al mare invece di pendere parte al voto. Qui non si tratta di destra o di sinistra, non c’entrano il PDL o il PD o l’IDV o chi più ne ha più ne metta, qui si tratta di UGUAGLIANZA, qui si tratta di RISPETTO.
L’atto del Governo Berlusconi è un atto di violenza (l’ennesimo) perpetrato ai danni di un intero popolo, un popolo che però, non capisco come, rimane inebetito e immobile a guardare mentre le più basilari norme della convivenza vengono infangate, calpestate, umiliate, sotterrate. Mentre le marionette dell’opposizione danzano al ritmo del pifferaio di Arcore.
La decenza, in Italia, è morta. Non c’è più pudore e non c’è vergogna.
Questa è una vera disgrazia per tutti noi, perché questa è la tomba della nostra democrazia.
Mi verrebbero in mente parallelismi che non voglio alimentare. Credo che la mancanza di polso del Presidente Giorgio Napolitano, in questa occasione, tuttavia, verrà ricordata dalla storia come un atto di viltà che poco si sposa con la funzione di Garante della Costituzione a cui egli è preposto.
Mestamente,
cittadino Marcello Marinisi
Leonardo da Vinci, il più grande italiano di tutti i tempi.
E serviva veramente Francesco Facchinetti per arrivare a questa conclusione e un’intera trasmissione televisiva?
Credo di no, e credo che molti possano essere d’accordo con me.
Ho seguito “Il più grande…” a stralci e ho indugiato sulle battute finali dell’ultima puntata più per curiosità “socio-culturale” che per altro. Sì, perché era interessante scoprire chi il pubblico avrebbe elevato agli onori come più grande italiano di tutti i tempi. Perché, diciamolo, che vincesse Leonardo era anche scontato (come minimo auspicabile), soprattutto perché lui, oltre a essere il più grande italiano, è anche il più grande al mondo. Insomma, un uomo così intelligente, colto, curioso, capace di eccellere in molteplici aspetti del sapere umano, innovatore e provocatore. Uno di quegli individui che, nonostante tutto, ti fanno andare orgogliosi delle tue origini, del tuo essere italiano.
Come cantava Giorgio Gaber: io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono. Io, in realtà, mi sento abbastanza italiano e mi sento siciliano, però, a volte, ci vuole faccia tosta per andare in giro a schiena dritta, visto la “munnizza” che ci circonda a più livelli (sia in senso metaforico che non) e vista la pessima reputazione di cui godiamo in ambito internazionale.
Ci vorrebbe una bella passata di straccio che ridia un po’ di quel lustro che abbiamo perduto e che fatichiamo a recuperare. Agli occhi del mondo siamo un popolo eccezionale, carico di fascino e di charme. In realtà, in molti casi, ci culliamo sui fasti del nostro passato senza curarci, in realtà, molto di salvaguardarlo e di coltivare il presente in funzione del nostro futuro. E questa non è certo una nota di merito.
Ieri, Gianpiero Mughini ha sottolineato – rispondendo a un rappresentante della stampa estera – come sia desolante il fatto che noi, per trovare una grande personalità dobbiamo andare a riesumare una persona vissuta cinque secoli fa. In effetti, nell’ultimo secolo, non abbiamo un granché di cui vantarci in giro per il mondo. Certo, Leonrardi da Vinci, nella lunga storia italiana, non è solo. Ci sono (in ordine sparso) Dante Alighieri, Galileo Galilei, Alcide De Gasperi, Giuseppe Verdi, Francesco Petrarca, Italo Calvino… Però, più ci avviciniamo ai giorni nostri, più diventa difficile riuscire a trovare degli individui così eccellenti, così incredibilmente dotati di acume e quella capacità quasi innata di innovare e migliorare la vita di tutti.
Possiamo vantarci di avere tra i nostri antenati alcuni degli uomini più grandi della storia dell’umanità, ma di certo, cullarsi sulle glorie del passato non ci servirà a vivere meglio nel nostro futuro. Serve più impegno e minore indolenza.
Alla fine dei conti, il mio giudizio su “Il più grande…” è identico a quello riservato dal rag. Ugo Fantozzi alla Corazzata Potemkin.
Stay tuned,
MM
La vita è un sogno…
La vita è un sogno oppure i sogni aiutano a vivere meglio?
Non lo so per certo, però credo che a volte la vita sia un sogno che andrebbe vissuto meglio.
Incerti?
Stay tuned,
MM
Il giardino dei viandanti e “Il racconto dei due regni”

Pochi giorni fa è stato pubblicato il sito dell’associazione culturale “Il giardino dei viandanti“. Si tratta di una bella iniziativa di Alessia Calognesi che, insieme con altri, si propone di diffondere il valore dell’uguaglianza e l’incontro tra le culture.
Parlo di questo progetto per due ragioni, la prima (la più ovvia) è che ritengo molto lodevole il lavoro che si propongono di fare i fondatori del “giardino”, soprattutto in questo periodo in cui sembra che non si parli d’altro che di odio razziale, xenofobia e altre cose deprecabili. Io sono molto sensibile verso queste tematiche e ritengo che associazioni come “Il giardino dei viandanti” debbano sempre nascere, crescere e prosperare.
Veniamo alla seconda ragione che mi porta a parlare del “giardino” e dei suoi “viandanti”. Qualche giorno addietro, sono stato contattato da Alessia, la quale mi ha gentilmente chiesto se fossi disponibile a donare un mio racconto all’associazione. Sono stato molto lusingato per la richiesta e mi sono subito messo all’opera per regalare al “giardino” qualcosa di originale. Ne è venuto fuori un racconto breve al quale mi sono subito affezionato. Il titolo è Il racconto dei due regni e lo potrete leggere nelle pagine del sito dell’associazione.
Chi mi conosce e mi segue su queste pagine o su facebook, sa che non mi trovo molto a mio agio con i racconti, la mia forma prediletta è il romanzo, per tante ragioni che ho esposto in diverse occasione. Tuttavia, ogni tanto mi piace dilettarmi con un racconto e questa occasione mi è sembrata quella buona per mettere nero su bianco qualche immagine che mi girava per la mente.
Buona lettura.
Stay tuned,
MM
Riflessioni dei giorni di festa
Io ancora non riesco a capire quale sia la colpa congenita nella – pare – sconsiderata illusione di potere vivere nella propria terra. Proprio non ce la faccio. La semplicità con cui molti invitano a prendere le valigie e partire, la facilità con la quale immaginano che questa possa essere una scelta facile, che non ti strazi l’anima nel profondo, non la comprendo. È un mio limite, lo capisco, ma continuo a rimanere perplesso.
Ricevo da tutti la stessa risposta, ovviamente con parole diverse, ma a volte con le stesse medesime inflessioni nel tono della voce; la seguente: «Lei è una persona in gamba, brillante. Mi dia ascolto, vada via dall’Italia».
Questa cosa fa molto pensare al film La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, lo so. Eppure è strabiliante quanto certe espressioni siano comuni. Ricorrenti. Dolorose.
Ripenso alla lettera di Pier Luigi Celli, indirizzata a suo figlio e apparsa nelle colonne di Repubblica. Ma non mi va di cadere nelle facili polemiche che questa a sollevato e sul clamore che ha suscitato (come se servisse davvero sentirlo dalle parole di Celli che questo nostro Paese è allo sbando).
Io ho trascorso, come tanti altri, quasi tutta la mia vita a studiare. Sono entrato nel mondo dell’istruzione a cinque anni e ne sono uscito a ventisei, con un laurea ottenuta con il sangue. Lo stato ha investito una montagna di soldi per istruirmi, per farmi ottenere il mio titolo di studi per poi dirmi che cosa? che me ne devo andare via? e perché?
Io ho due sogni (in realtà ne ho una miriade, ma mi limito alla sfera lavorativa), il primo è quello di scrivere, poterlo fare a buon livello e riuscire a vivere delle mie parole. Il secondo, invece, è quello di fare ricerca, ricerca sociale, sui media in particolare. Fare ricerca in Italia è come cercare di aprire un’azienda che imbottiglia acqua nel bel mezzo del Sahara. Non passa giorno, nella mia vita, che non mi senta dire che devo andare via dall’Italia. E se io non me ne volessi andare? e se la mia realizzazione passasse per la scelta di rimanere qui?
È forse davvero così sbagliato chiedere una delle cose più semplici, in un Paese che si dice sviluppato?
Allora, forse, non siamo poi così sviluppati. Forse abbiamo soltanto l’illusione di essere tra le nazioni più ricche del mondo, ma in realtà siamo degli accattoni che vivono sui fasti del nostro passato?
Io non credo che siamo così. Però spesso ce lo vogliono fare credere, perché la ricchezza che c’è, viene distribuita sempre agli stessi, in un vortice di paternalista clientelismo che sta rosicchiando le fondamenta del futuro di un intero popolo a beneficio di una ristretta minoranza.
Le argomentazioni in favore di una partenza sono tante, credetemi, non sto qui neppure a elencarle. Ma io posso anche portare sul piatto della bilancia altrettanti motivi per volere rimanere. Non mi metterò a elencarli tutti, mi pare superfluo, più di quanto non lo sia questo post nel suo complesso. Soltanto una cosa: a me, la mia terra piace. Ma non mi piace così, per modo di dire. Mi piace proprio.
Questa è la terra in cui sono nato, il posto in cui hanno vissuto i miei antenati per generazioni e generazioni, il luogo per la cui libertà in molti si sono battuti e sono periti e i cui nomi risuonano alti a ricordare che l’orgoglio di calpestare questo suolo a testa alta non si paga. Ci sono scelte le cui conseguenze si pagano negli anni, ci sono decisioni che condizionano la vita di ognuno. Ma ci sono scelte che devono essere fatte per riuscire a stare bene con se stessi e io questa scelta l’ho fatta. Per quale ragione contorta e malata, allora, continua a essere così osteggiata?
Le feste portano con sé sempre una valanga di riflessioni, troppo spesso amare. Forse sarà l’approssimarsi della fine di un altro anno, forse il sopraggiungere di un compleanno che emotivamente tento di procrastinare il più possibile, giusto per avere il tempo di raccogliere meglio le idee e avere un quadro più chiaro della situazione, che chiara poi non è mai.
Ho un progetto di vita e voglio provare a portarlo avanti, benché di sberle ne ho prese e ne prenderò ancora negli anni a venire.
Scrivo queste righe che è l’1:23 della notte tra il 17 e il 18 dicembre del 2009, anche se le pubblicherò dopo che questa nottata sarà trascorsa. Le scrivo per poterle rileggere un giorno e ritrovarle e magari riderci su; oppure guardarmi allo specchio e sputarmi in un occhio per non avere prestato fede a me stesso. O forse, infine, le scrivo perché in fondo le mie parole, quelle con cui scrivo le mie storie, quelle con cui scrivo su queste pagine nella Rete, che si disperdono in altri milioni di 0 e di 1, quelle parole, dicevo, sono le uniche cose che davvero possiedo e le uniche che in questo momento posso lasciare ai posteri.
Scusate, ma iu m’avia a sfuari in capu a ’sta cosa.
Io ho votato per la Terra e tu?
Questa mattina, su segnalazione di Annalisa Castronovo, ho apposto la mia firma in favore del WWF e della difesa della Terra alla conferenza sul clima e l’ambiente che si terrà tra il 7 e il 18 dicembre a Copenaghen.
In quella occasione il WWF farà sentire alta la voce di tutti noi che desideriamo un pianeta più pulito, libro dalla morsa dell’inquinamento e nel quale potere vivere senza che questo voglia dire devastarlo, degradarlo, distruggerlo. Un appello per ottenere un accordo globale sul clima equo, efficace e che sia vincolante per tutte le nazioni del mondo.
Io ovviamente ho dato il mio voto e invito tutti voi a dare il vostro contributo perché finalmente le coscienze dei grandi della Terra si sveglino e le loro azioni inizino a essere orientate alla salvaguardia dell’ambiente e non mosse da meri interessi di natura economica.
Vote Earth! è una grande iniziativa internazionale, l’Europa intera sta dando un grande contributo in termini di adesioni e mi auguro che tutti si uniscano a noi per sensibilizzare e scuotere dal torpore coloro che hanno in mano il destino del nostro pianeta.
Sulla colonna di destra troverete il collegamento al sito del WWF per potere dare il vostro voto alla Terra e ottenere maggiori informazioni.
Baarìa – La porta del vento
Dopo una lunga attesa, durata molti mesi, ieri sera ho avuto il piacere di vedere il nuovo film di Giuseppe Tornatore.
Vederlo, per me, era quasi un dovere civico; insomma, sono cresciuto tra Palermo, Bagheria e Santa Flavia, quindi non mi sarei potuto sottrarre per nessuna ragione. All’inizio ero dubbioso, il film mi dava l’idea di una storia un po’ pesante (in questo devo criticare chi ha realizzato il trailer), invece, Baarìa è un film piacevole, emozionante e a tratti anche divertente. Non lo definirei propriamente una commedia, però non è neppure un dramma in senso stretto. Baarìa è un film che scorre rapidamente lasciando emozioni profonde, dipingendo come un abile pittore i tratti di tre epoche della nostra storia che si susseguono e si rincorrono incidendo nella mente e nel cuore dello spettatore in maniera profonda. Una pellicola corale magistralmente interpretata da attori che sono riusciti a rendere molto bene un mondo fatto di gesti, sguardi, mezze parole ed variegate espressioni facciali.
Il film mi è piaciuto, mi è piaciuto oltre le mie aspettative, mi ha commosso, mi ha fatto sorridere. Alla fine avrei voluto applaudire, ma tutte le sensazioni erano ancora troppo vivide, sono rimasto immobile, fissando le ultime immagini e le voci fuori campo che scemavano verso i lunghissimi titoli di coda.
Come ne esce la Sicilia? Diciamo che non ne esce male. La pellicola è stata realizzata da un regista che, evidentemente, ama la sua terra e coltiva e nutre le sue origini (non mancano i riferimenti autobiografici). Ma, di certo, Tornatore non indora la pillola, offre un’immagine innamorata e per questo cruda, realistica, della vita e della cultura siciliana, senza omettere niente né le cose brutte né, tanto meno, le cose belle. Un film interamente realizzato in lingua originale (per lo meno nella versione che ho potuto vedere qui a Palermo), riuscendo a rendere la musicalità del palermitano senza le solite brutture e storpiature che si sentono in tanti film e fiction in cui gli attori parlano uno pseudo-siciliano che poco ha a che vedere con la lingua che si parla da queste parti. Giuseppe Tornatore, dentro Baarìa, ci ha messo proprio tutto, quasi non tralasciando nulla di quelle che sono state le note che hanno caratterizzato 50 anni di storia siciliana e italiana.
Insomma, Baarìa – La porta del vento sembra un film studiato in ogni particolare per potere far breccia sul pubblico e riuscire in una impresa che da troppo tempo vede le pellicole italiane escluse: vincere l’oscar. Io spero che il film venga candidato (anche se mi rendo conto che la mia opinione conta davvero poco o niente) e mi auguro che alla fine qualche oscar lo riesca a portare a casa (non solo quello come miglio film straniero, ma anche quello come miglior colonna sonora – che premierebbe un grande maestro come Ennio Morricone).
Ovviamente invito tutti a vederlo, soprattutto per riuscire a capire qualcosa di più di una terra che troppo spesso viene dipinta in maniera scellerata senza tenere conto della sua storia. Un film che ha incrinato le mie attese e mi ha saputo donare 150 minuti di emozioni, senza farmi staccare quasi mai staccare gli occhi dallo schermo.
P.S.
Io il film l’ho visto proprio a Bagheria (il paese in cui è ambientato il film) e in un cinema che a un certo punto viene pure inquadrato in una delle scene più autobiografiche di tutta la pellicola.
La replica dell’Invalsi
Il prof. Piero Cipollone, presidente dell’Invalsi, ha risposto ad alcune domande rivoltegli da Mario Reggio. L’intervista è stata pubblicata da Repubblica e mi sembra doveroso pubblicarla. Ognuno, poi, faccia le sue valutazioni.
Da Repubblica del 11/08/2009
ROMA – «Nessuna pressione politica. Leghista? Sono nato ed ho fatto il liceo ad Avezzano, la mia scuola di vita e professionale è sempre stata Bankitalia che ha una visione complessiva del Paese. Nessun trucco. I dati resi pubblici sono la prima scrematura sulle 1.304 scuole dove gli studenti hanno fatto l´esame di terza media. Applicando i quattro parametri di valutazione internazionale, alcune situazioni hanno mostrato risultati anomali, una serie al Sud, come Campania Puglia e Sicilia, ma anche nelle regioni del Centro e del Nord. I dati completi li renderemo pubblici a novembre e riguarderanno i 560 mila giovani che hanno sostenuto l´esame di terza media». Piero Cipollone, dirigente di Bankitalia, è dall´ottobre 2008 presidente dell´Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico nazionale, l´Invalsi.
Eppure, dai primi dati, sembrava che gli studenti delle regioni del Sud in italiano e matematica avessero ottenuto risultati migliori di quelli del Centro e del Nord.
«Erano i risultati delle prove spedite dalle scuole, relative a un campione significativo di istituti, che poi sono stati sottoposti ad una serie di verifiche, in base ai parametri internazionali. E la situazione si è modificata. Ma è già successo lo scorso anno. È risultato che in tre regioni, vale a dire Campania, Puglia e Sicilia, c´erano una serie di dati anomali. Ma il fenomeno, anche se in misura minore, è stato riscontrato anche in alcune scuole del Centro e del Nord».
Nessuna scelta ideologica?
«Mai e poi mai. I principi sui quali abbiamo operato sono quattro. Verificare le classi dove i risultati dei test, alcuni complicati altri più semplici, hanno dato valutazioni elevate ed omogenee. Poi se, in presenza di risposte sbagliate, ci fosse uniformità. Quarto: il tasso di partecipazione alla prova. Dove i quattro indicatori risultano anomali, abbiamo indagato e ridotto il punteggio delle scuole, anche al Centro ed al Nord. Ad esempio in Sardegna, Molise ed Abruzzo non ci sono stati problemi».
Si tratta però di un primo dato?
«A partire dal prossimo ottobre daremo alle scuole i risultati classe per classe e domanda per domanda. Già si capisce che in genere i ragazzi sono bravi in grammatica e un po´ meno nell´interpretazione dei testi. Più bravi nei numeri e meno in algebra».
Nessuna discriminazione?
«L´obiettivo della ricerca è quella di dare alle scuole i segnali necessari per migliorare l´offerta didattica e questo vale anche per quelle del Centro e del Nord. Se facessimo finta di nulla renderemmo un pessimo servizio a quelle più deboli. È comprensibile che ci siano insegnanti che cercano di aiutare gli studenti che hanno seguito per tre anni. Ma l´indagine dell´Invalsi non è una corsa a stabilire chi è più bravo e chi sono i somari, ma quella di offrire agli istituti scolastici gli strumenti per prendere atto dei punti di eccellenza assieme ai ritardi. Quindi trovare i rimedi».
Si tratta ancora di dati grezzi?
«Certo. Abbiamo finito di raccoglierli il 30 giugno. Ora abbiamo pubblicato la prima relazione che riguarda 1.304 scuole medie, valutando i dati anomali. La scuola che ha avuto un punteggio basso non vuol dire che sia peggiore di un´altra con una valutazione più alta. Bisogna analizzare qual è il punto di partenza del singolo istituto e misurare il valore aggiunto che riesce a mettere in campo. Diversa è una scuola media di Scampìa da una del centro storico di Roma, Bologna o Milano».
A quando i dati definitivi?
«Li avremo alla fine di agosto su tutti i 560 mila studenti. Stiamo intanto elaborando i dati sui bambini della quarta elementare, dai primi risultati appare che le differenze siano minime. Alle medie aumentano perché incideranno molto di più le differenze sociali ed economiche».
Non aggiungo altro…









