18 dicembre 20093 Commenti

Riflessioni dei giorni di festa

EmigrantiIo ancora non riesco a capire quale sia la colpa congenita nella – pare – sconsiderata illusione di potere vivere nella propria terra. Proprio non ce la faccio. La semplicità con cui molti invitano a prendere le valigie e partire, la facilità con la quale immaginano che questa possa essere una scelta facile, che non ti strazi l’anima nel profondo, non la comprendo. È un mio limite, lo capisco, ma continuo a rimanere perplesso.

Ricevo da tutti la stessa risposta, ovviamente con parole diverse, ma a volte con le stesse medesime inflessioni nel tono della voce; la seguente: «Lei è una persona in gamba, brillante. Mi dia ascolto, vada via dall’Italia».

Questa cosa fa molto pensare al film La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, lo so. Eppure è strabiliante quanto certe espressioni siano comuni. Ricorrenti. Dolorose.

Ripenso alla lettera di Pier Luigi Celli, indirizzata a suo figlio e apparsa nelle colonne di Repubblica. Ma non mi va di cadere nelle facili polemiche che questa a sollevato e sul clamore che ha suscitato (come se servisse davvero sentirlo dalle parole di Celli che questo nostro Paese è allo sbando).

Io ho trascorso, come tanti altri, quasi tutta la mia vita a studiare. Sono entrato nel mondo dell’istruzione a cinque anni e ne sono uscito a ventisei, con un laurea ottenuta con il sangue. Lo stato ha investito una montagna di soldi per istruirmi, per farmi ottenere il mio titolo di studi per poi dirmi che cosa? che me ne devo andare via? e perché?

Io ho due sogni (in realtà ne ho una miriade, ma mi limito alla sfera lavorativa), il primo è quello di scrivere, poterlo fare a buon livello e riuscire a vivere delle mie parole. Il secondo, invece, è quello di fare ricerca, ricerca sociale, sui media in particolare. Fare ricerca in Italia è come cercare di aprire un’azienda che imbottiglia acqua nel bel mezzo del Sahara. Non passa giorno, nella mia vita, che non mi senta dire che devo andare via dall’Italia. E se io non me ne volessi andare? e se la mia realizzazione passasse per la scelta di rimanere qui?

È forse davvero così sbagliato chiedere una delle cose più semplici, in un Paese che si dice sviluppato?

Allora, forse, non siamo poi così sviluppati. Forse abbiamo soltanto l’illusione di essere tra le nazioni più ricche del mondo, ma in realtà siamo degli accattoni che vivono sui fasti del nostro passato?

Io non credo che siamo così. Però spesso ce lo vogliono fare credere, perché la ricchezza che c’è, viene distribuita sempre agli stessi, in un vortice di paternalista clientelismo che sta rosicchiando le fondamenta del futuro di un intero popolo a beneficio di una ristretta minoranza.

Le argomentazioni in favore di una partenza sono tante, credetemi, non sto qui neppure a elencarle. Ma io posso anche portare sul piatto della bilancia altrettanti motivi per volere rimanere. Non mi metterò a elencarli tutti, mi pare superfluo, più di quanto non lo sia questo post nel suo complesso. Soltanto una cosa: a me, la mia terra piace. Ma non mi piace così, per modo di dire. Mi piace proprio.

Questa è la terra in cui sono nato, il posto in cui hanno vissuto i miei antenati per generazioni e generazioni, il luogo per la cui libertà in molti si sono battuti e sono periti e i cui nomi risuonano alti a ricordare che l’orgoglio di calpestare questo suolo a testa alta non si paga. Ci sono scelte le cui conseguenze si pagano negli anni, ci sono decisioni che condizionano la vita di ognuno. Ma ci sono scelte che devono essere fatte per riuscire a stare bene con se stessi e io questa scelta l’ho fatta. Per quale ragione contorta e malata, allora, continua a essere così osteggiata?

Le feste portano con sé sempre una valanga di riflessioni, troppo spesso amare. Forse sarà l’approssimarsi della fine di un altro anno, forse il sopraggiungere di un compleanno che emotivamente tento di procrastinare il più possibile, giusto per avere il tempo di raccogliere meglio le idee e avere un quadro più chiaro della situazione, che chiara poi non è mai.

Ho un progetto di vita e voglio provare a portarlo avanti, benché di sberle ne ho prese e ne prenderò ancora negli anni a venire.

Scrivo queste righe che è l’1:23 della notte tra il 17 e il 18 dicembre del 2009, anche se le pubblicherò dopo che questa nottata sarà trascorsa. Le scrivo per poterle rileggere un giorno e ritrovarle e magari riderci su; oppure guardarmi allo specchio e sputarmi in un occhio per non avere prestato fede a me stesso. O forse, infine, le scrivo perché in fondo le mie parole, quelle con cui scrivo le mie storie, quelle con cui scrivo su queste pagine nella Rete, che si disperdono in altri milioni di 0 e di 1, quelle parole, dicevo, sono le uniche cose che davvero possiedo e le uniche che in questo momento posso lasciare ai posteri.

Scusate, ma iu m’avia a sfuari in capu a ‘sta cosa.

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3 Responses to “Riflessioni dei giorni di festa”

  1. Matteo 20 dicembre 2009 at 22:28 Permalink

    Beh io non lo so…Anche io ho seguito lo stesso iter “formativo” di tutti voi…però non sono sicuro che l’italia sia il mio posto.
    Cioè il fatto che sono nato quì, Italia, Roma…non deve necessariamente significare che ci debba rimanere per tutta la vita. A me L’italia non dispiace, è un posto bellissimo e offre delle condizioni climatiche decisamente migliori rispetto ad altri posti…ma questo è un’altro discorso. Sono gli italiani che più li osservo, e + mi sento di essere diverso da loro, non migliore, diverso!
    Il problema maggiore è che questa diversità la sento quando vedo un politico in tv, quando vedo il palinsesto televisivo di una rete, quando vedo il bel personaggio davanti a me gettare la carta dal finestrino, quando striscia la notizia impaurisce + delle istituzioni. insomma.Il mio posto nel mondo non credo che sia in italia. Anche perchè alla maggioranza dei miei compatrioti gli sta bene così. Vivono bene così. In questa bolla fatta di telegiornali, Telefilm…senza sapere che là fuori c’è un mondo diverso. Dove si vive diversamente. Si pensa diversamente. E soprattuto si agisce diversamente.
    Non credo di essere esterofilo. Vorrei Vedere solo che la mia italia sia un posto migliore dove passare il tempo a mia disposizione. Ma non voglio neanche sprecare il mio tempo per cercare di cambiare un paese, che piace tanto al suo popolo.
    Il futuro non è più quello di una volta.
    Matteo

    • Marcello 21 dicembre 2009 at 01:12 Permalink

      Le cose possono cambiare, per lo meno questo è quello che voglio credere. Ci sono luoghi, come per esempio i paesi scandinavi, in cui la qualità della vita è altissima.
      Qui ci barcameniamo e “tiriamo a campare”. Purtroppo, fino a quando ci si preoccuperà di più della vita privata del Presidente del Consiglio e dei suoi problemi giudiziari, non sarà facile migliorare le cose. Come dico spesso: per nostra fortuna, non può piovere per sempre.
      Partire o restare è comunque una scelta, però dovrebbe essere una scelta libera, non obbligata.

  2. Annalisa Castronovo 18 dicembre 2009 at 17:29 Permalink

    Purtroppo sottoscrivo.
    L’Italia ha pagato per decenni la mia istruzione e, a lavoro quasi completato, dice: “Be’, è tempo di volare via, di andare a rendersi utili altrove e per Paesi stranieri e culture altre.”
    Per questo siamo invitati a imparare tanto bene la lingua, l’arte, la letteratura e la storia d’Italia. Sì, per segnare un presente e un futuro da emigranti agli Italiani. Sembra che l’unico spazio che ci sia dato per fare gli Italiani sia lo spazio estero. Un paradosso? Forse. Per il momento mi piace pensare di essere un’Italiana in Italia e in qualche modo sento di fare parte di una nuova Resistenza, ma più per condizione che per scelta, più per sentimento che per denaro, perché i miei sogni non sono ancora stati prezzati proprio perché per me hanno un valore. Non so quanto a lungo potrò resistere, le scorte sono sempre meno, gli aiuti non arrivano e – che io lo voglia o no – il tempo stringe. Mi strugge che la metafora sia così prossima alla situazione in oggetto. Intanto resisto come posso e confido in tempi migliori nonostante tutto con la faccia tosta che richiedono questi giorni… di festa.